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Stiamo assistendo ormai da mesi nel nostro Paese ad un degrado morale della cui china non si riesce ancora a vedere il fondo e, questo, non solo per colpa di chi è in autorità ma di un popolo che si identifica, invidiandoli, nei suoi  vizi, dopo essere stato per anni “sapientemente” guidato dai media a farne il modello da ammirare compiaciuti e, se possibile, da imitare. Uno dei segni  di questo degrado è l’insistente distinzione che viene fatta fra sfera pubblica e sfera privata della vita: distinzione usata, ahimè, come strumento di giustificazione. Si sostiene infatti che chi, per le responsabilità che ha davanti alla nazione, è chiamato ad avere in pubblico un certo contegno, nel privato possa fare poi quello che gli pare e che, anzi, nel privato non dovrebbe essere né osservato (spiato?) né giudicato. Il principio che si stabilisce è che ogni individuo dovrebbe essere lasciato libero di fare quello che gli pare e piace nell’intimità della sua casa, con le persone che gli sono più familiari. Si legittima in questo modo la libertà di avere un comportamento nel privato completamente diverso da quello pubblico, la libertà di avere due sfere di vita nelle quali muoversi. Una legittimazione che non è nuova nella storia. Era presente anche nella società politica e religiosa del popolo di Israele al tempo di Gesù il quale non esitò a condannarla senza mezzi termini e rivolgendosi in modo diretto alle persone che ne avevano fatto il proprio stile di vita: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori (= in pubblico), ma dentro (= in privato) sono pieni d’ossa di morti e d’ogni immondizia. Così anche voi di fuori (= in pubblico) sembrate giusti alla gente, ma dentro (= in privato) siete pieni  d’ipocrisia e d’iniquità” (Mt 23:27-28).

Vivere la propria vita in due sfere distinte, fra quello che si appare in pubblico e quello che si è (e che si fa) in privato non è certo un modello di vita esemplare, è piuttosto lo stile di vita dell’ipocrita, del simulatore. Le parole di Gesù ci fanno ben capire che questo non può e non deve essere lo stile di vita di un cristiano. E qui viene per ciascuno di noi un motivo di riflessione.

Chi dice di essere discepolo di Cristo, chi riguarda a lui non solo come Salvatore, ma anche come Signore e Modello della propria vita, non può muoversi su due sfere distinte, non può offrire di sé un’immagine pubblica diversa da quella privata. Certamente ci sono aspetti che riguardano l’intimità della nostra vita personale e di relazione, che Dio stesso ci insegna a vivere nel privato. Ma la vita privata dovrebbe essere strumento per rendere ancora più responsabile ed esemplare la nostra vita pubblica, attraverso una coerenza ed una trasparenza tipica di chi è chiamato a  comportarsi “come figlio di luce” (Ef 5:18). La luce che abbiamo ricevuto nel nostro rapporto intimo e personale con il Signore deve risplendere “davanti agli uomini” (Mt 5:16), non dovremmo cioè mai avere nulla da nascondere, nulla di cui vergognarci così come dovremmo guardarci dalla tentazione ad essere, in qualsiasi situazione, dei simulatori. Le nostre “ossa di morti”, la nostra “immondizia”, la nostra “iniquità” dovremmo già averle lasciate ai piedi della Croce e dovremmo riportarcele, se necessario, ogni giorno in modo da poter camminare “nella luce come egli (Gesù) è nella luce” (1Gv 1:7). Il nostro cammino è chiamato a muoversi su un’unica sfera, quella della luce. Mentre guardiamo con tristezza ed amarezza altri che amano muoversi in due sfere, che si compiacciono di ogni forma di simulazione, impegnamoci davanti al Signore a vivere una totale coerenza fra la nostra vita pubblica e la nostra vita privata: solo così potremo risplendere “come astri del mondo” (Fl 2:15) e portare fra gli uomini “la bontà, la giustizia e la verità” che sono “frutto” della luce (Ef 5:9).