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Premessa

 

Perché ci riuniamo la domenica?

Quali cose la Scrittura ci insegna a fare in quel giorno particolare?

Quello che facciamo è prescritto dal Signore nella sua Parola o si tratta di abitudini e tradizioni?

 

Cercando di rispondere a queste domande se ne presenteranno immediatamente altre, come le seguenti:

Siamo dei religiosi o cristiani che amano il loro Signore?

Viviamo con un pesante senso del dovere che ci opprime o con una fresca e gioiosa intenzione di glorificare Dio?

 

Molto è stato detto su questo argomento, non sempre, purtroppo, limitandosi a “quel che è scritto”.

Spero che possiamo, in questo senso, riordinare le idee.

 

 

Un passo indietro: il sabato

 

Sfogliando la Bibbia ci accorgeremo ben presto che, mentre l’Antico Testamento riporta indicazioni e ordini relativi a numerosi giorni dell’anno, a ricorrenze specifiche come le feste, nel Nuovo Testamento viene menzionato specificamente un solo giorno con attinenza alla Chiesa: il primo giorno della settimana.

 

Nel nostro linguaggio (in Europa), consideriamo primo giorno della settimana il lunedì. Nella Scrittura invece, il primo giorno della settimana è il giorno che noi chiamiamo domenica.

Questo modo di contare i giorni è quello usato dal popolo di Israele, e non si tratta di una invenzione umana, ma di precise direttive che il Signore diede attraverso la legge per insegnare al suo popolo il rispetto del “giorno del riposo”.

 

Ricordati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al Signore Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il Signore fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il Signore ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato (Es 20:8-11).

 

Così come Dio in sei giorni creò ogni cosa “e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta” (Ge 2:2), ad Israele era comandato di lavorare sei giorni e riposarsi il settimo giorno. Questo speciale giorno di riposo è il solo giorno della settimana che viene citato con un nome proprio: il sabato.

Gli altri sei giorni venivano individuati contando in successione da un sabato al seguente.

Perciò se il sabato è il settimo giorno, la domenica è il primo giorno della settimana.

 

Purtroppo il comandamento del sabato venne tenuto in considerazione più nella forma che nella sostanza, infatti fu proprio il suo significato profondo ad essere trascurato.

Per esempio, gli Israeliti avevano stabilito qual era il massimo tragitto che fosse lecito percorrere in giorno di sabato (At 1:12). È per questo che il Signore Gesù, tra i suoi insegnamenti, più volte è tornato sull’argomento, presentandosi come “signore del sabato” e condannando il formalismo ipocrita (Mt 12:1-13; Mr 2:23-28; Lu 6:1-11; 13:10-17).

 

 

Ma come cristiani

dobbiamo osservare il sabato?

 

Per rispondere ascoltiamo anzitutto le seguenti parole scritte da Paolo ai Colossesi:

 

“Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati, che sono l’ombra di cose che dovevano avvenire; ma il corpo è di Cristo (la realtà è in Cristo)”, Cl 2:16-17.

 

Dunque il sabato, la cui osservanza venne sancita nel decalogo era, insieme a varie altre cose, un’ombra di una realtà che doveva venire in seguito e che Cristo poi rese esplicita e compiuta attraverso il suo insegnamento e la sua opera.

 

La lettera agli Ebrei ci dice che “Rimane dunque un riposo sabatico per il popolo di Dio; infatti chi entra nel riposo di Dio si riposa anche lui dalle opere proprie, come Dio si riposò dalle sue” (Eb 4:9-10).

 

Di quale riposo sta parlando l’autore di Ebrei?

Il contesto ci fa capire che non si tratta di un riposo fisico offerto da un giorno di inattività, bensì di un riposo spirituale a cui si accede per fede:

“Noi che abbiamo creduto, infatti, entriamo in quel riposo” (Eb 4:3).

 

Coscienti che Cristo, “dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi” (Eb 1:3), vale a dire che la nostra salvezza dipende esclusivamente da un’opera già perfettamente completata dal Signore Gesù, noi conosciamo uno stato di riposo interiore in lui.

Convinti che non sarebbero state le nostre opere a conferirci grazia, siamo andati a Gesù e abbiamo ottenuto il riposo che lui offre agli affaticati e oppressi (Mt 11:28-30)!

 

Quindi, come in sei giorni l’opera della creazione è stata compiuta, e il settimo giorno Dio si riposò, così l’opera della redenzione è stata perfettamente compiuta da Cristo, ora seduto nel cielo.

Il riposo di Dio rende possibile il riposo dell’anima per tutti coloro che vanno a lui con fede.

 

Il sabato era figura di un riposo più grande che la venuta di Cristo avrebbe reso possibile per tutti.Giunta la realtà allora, i simbolismi che la richiamano diventano superati; per questo sarebbe fuori luogo il voler ancora osservare il sabato, esattamente come sarebbe fuori luogo continuare oggi ad offrire sacrifici cruenti, così come sarebbe fuori luogo un giorno, dopo il suo ritorno, celebrare la Cena del Signore.

 

La citazione dell’esempio specifico dei “giorni” nella trattazione del tema della tolleranza cristiana (Ro 14:5-6), ci fa però capire che la Chiesa dei primi tempi conosceva sensibilità di coscienza differenti nella considerazione dei giorni, cosa comprensibile se teniamo conto che il cambiamento di “regime” era avvenuto da poco, con l’esortazione dell’apostolo ad essere reciprocamente tolleranti per divergenze del genere.

Ma se il sabato è superato,

la domenica lo ha sostituito?

 

Commetteremmo un grosso errore se pensassimo che il primo giorno della settimana fosse “un nuovo sabato”, se credessimo che così come Israele aveva il sabato da osservare, la Chiesa osserva la domenica.

 

Non possiamo fare questa equazione perché nessun passo biblico ci dice questo, e perché non si tratta di un cambio di giorno, ma di un cambio “di regime” (Ro 7:6; Eb 8:13).

Perciò dobbiamo capire bene quale approccio avere a queste cose.

Qualcuno si aspetterebbe un elenco di cose da fare e non fare in giorno di domenica.

 

Invece la Scrittura ci parla di questo giorno in modo diverso: ci presenta quello che in esso fece il Signore Gesù, quello che faceva la Chiesa apostolica, e infine ci rivolge un solo ordine preciso.

 

 

Il primo giorno della settimana:

la risurrezione del Signore

 

Tutti e quattro i Vangeli ci informano della risurrezione del Signore Gesù specificando che essa avvenne “il primo giorno della settimana” (Mt 28:1; Mr 16:2,9; Lu 24:1; Gv 20:1).

Questa indicazione precisa non può certo rimanere inosservata. Infatti, se nell’epoca in cui il sabato era giorno di riguardo, cosa testimoniata anche dalle donne che per ungere il corpo del Signore attendono che il sabato passi, se in quel contesto egli risuscita in giorno di domenica, questo rende evidente che il Signore sta introducendo qualcosa di assolutamente nuovo.

Abbiamo già citato “il Nuovo Patto”: ad esso Gesù si era riferito passando il calice della Cena quando la istituì (Lu 22:20).

Il Nuovo Patto ormai era stato inaugurato con lo spargimento del sangue dell’Agnello alla croce, ed esso è nuovo non solo perché è “un altro patto” ma perché implica delle realtà nuove nella sostanza.

 

Un altro aspetto di novità è che con la propria risurrezione, Gesù è stato “la primizia” dei risuscitati, il prototipo di tutti coloro che un giorno saranno risuscitati per non morire più, il che avverrà in virtù di colui che“ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo” (2Ti 1:10).

 

Che dimostrazione di vittoria la risurrezione del Signore, che ci dà concretamente “una speranza viva” (1P 1:3)!

Credo che Pietro, scrivendo le belle parole di quest’ultima citazione, pensasse non solo alla speranza della gloria futura, ma anche al radicale cambiamento di situazione che con la risurrezione avvenne per lui e gli altri discepoli, che dopo la crocifissione del loro Maestro erano impauriti e privi di ogni speranza. Con la risurrezione cambiò prospettiva per loro, e anche se non avevano ancora ben chiaro come si sarebbero delineati i piani di Dio, ora tornavano ad esserne parte attivamente coinvolta.

 

La risurrezione del Signore rese possibile la nascita della Chiesa. È infatti solo con un Capo vivente che tutto il corpo può vivere!

 

La risurrezione è allora punto di svolta tra l’opera portata a termine alla croce e la manifestazione dei suoi benefici, tra il potere della morte ed il trionfo della vita, tra Nuovo Patto che produce effetti e Antico che scompare.

 

I discepoli furono informati della risurrezione di Gesù non soltanto attraverso dei messaggeri, come furono gli angeli al sepolcro, piuttosto ne vennero a conoscenza soprattutto grazie alle apparizioni con cui il Signore “si presentò vivente con molte prove, facendosi vedere da loro per quaranta giorni” (At 1:3).

Quelle apparizioni iniziarono nello stesso giorno, quasi a volerci esprimere quanto fosse intenso il desiderio del Signore di avere comunione con i suoi discepoli che ora chiamava “fratelli” (Gv 20:17). Era in fondo il desiderio di comunione che il Signore aveva espresso in vario modo durante l’ultima notte prima di morire (Lu 22:15; Gv 14:3, 17:24).

Gesù apparve quel giorno a Maria Maddalena (Mr 16:9; Gv 20:11-18), alle donne (Mt 28:8-10), a Pietro chiamato anche Simone o Cefa (Lu 24:34; 1Co 15:5), ai due discepoli sulla via di Emmaus “nello stesso giorno”(Lu 24:13). E non è ancora tutto:

 

La sera di quello stesso giorno, che era il primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!». E, detto questo, mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono” (Gv 20:19-20).

 

Non è significativo vedere in questi incontri voluti dal Signore con i suoi nello stesso giorno della risurrezione, la volontà del Signore di comunione e di unità tra Lui ed i discepoli?

Quella sera, in particolare, avvenne il primo radunamento della Chiesa in embrione.

Quello che contava più di tutto era la presenza del Signore, la stessa che era stata promessa da Lui “dove due o tre sono riuniti nel mio nome” (Mt 18:20).

 

I discepoli non poterono non notare i segni delle sofferenze con cui il Signore aveva percorso il sentiero di umiliazione fino alla morte, sulla croce. E fu il Signore stesso a mostrare loro le mani ed il costato, come per rendere inequivocabile il suo riconoscimento.

Il suo saluto fu un augurio di pace, che attraverso di lui non rimaneva una formula, bensì una realtà peraltro in precedenza già promessa ai discepoli (Gv 14:27) e della quale avevano ora più che mai bisogno, pieni di paura com’erano.

L’effetto della sua sorprendente visita fu la gioia dei discepoli.

Non prevalse la paura né lo stupore o il dubbio, ma l’allegrezza.

 

Sarebbe bello se tutti i nostri radunamenti, che avvengono anch’essi alla presenza del Signore risorto, sperimentassero gli stessi elementi: la consapevolezza delle sofferenze patite dal Signore per noi, l’esperienza della sua pace, il risultato della gioia ineffabile in lui.

 

Credo che fu proprio tenendo conto di questi fatti della risurrezione del Signore e del suo incontro con i suoi, che gli apostoli diedero importanza al primo giorno della settimana fino a definirlo in seguito “giorno del Signore” (Ap 1:10), che è il significato del nostro “domenica”.

In un articolo successivo guarderemo ad altre due citazioni del “primo giorno della settimana” in Atti ed in 1Corinzi.