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Sono bastate poche ore, nelle prime settimane di questa calda estate, per farci capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto incerto e instabile sia per ciascuno di noi il cammino del mondo nel quale ci muoviamo e viviamo. Abbiamo riscoperto i rischi di viaggiare in treno anche in tempi in cui i congegni prodotti da una tecnologia avanzata dovrebbero garantire la massima sicurezza. Siamo rimasti sconvolti dal dover prendere atto che non si è più sicuri neppure andando a vedere uno spettacolo affascinante, come lo sono certamente i fuochi d’artificio sul mare, e per di più in uno dei luoghi più famosi d’Europa. E che dire della sicurezza garantita alla nostra Europa dall’alleanza con la Turchia, da sempre cuscinetto politico, militare, ma anche culturale e religioso con il variegato continente asiatico? Questo è il mondo così ridotto dalla presunzione degli uomini e delle nazioni: un mondo idealmente globalizzato, ma in realtà mai come oggi frammentato, diviso, instabile, insicuro. Ecco i frutti dell’arroganza degli USA che, proclamandosi “gendarmi del mondo”, scatenarono il 2 agosto 1990 la guerra del Golfo, che oggi sappiamo per certo motivata non da reali pericoli esterni (in gran parte inventati da servizi segreti corrotti e pilotati ad arte), ma dagli interessi interni dei fabbricanti e dei trafficanti di armi, che hanno trasformato il mondo in un supermercato di morte. Invece che sicurezza, “i gendarmi del mondo” hanno provocato una spirale di vendette, di guerre, di attentati terroristici, di rigurgiti nazionalistici e religiosi. Di questa spirale ancora oggi, a 26 anni di distanza, non si vede la fine. Viviamo sempre più immersi in “un pantano fangoso” e, anche se abbiamo affidato la nostra vita a Chi ci “ha tratto fuori”, ci “ha fatto posare i piedi sulla roccia” ed “ha reso sicuri i nostri passi” (Sl 40:2), non possiamo nascondere che schizzi di fango possono ancora colpirci a volte in modo inatteso e imprevedibile. Siamo stati tratti fuori, ma il pantano è ancora lì, ai nostri piedi, oggi più che mai esteso e in movimento. Allora comprendiamo come di quest’intervento di salvezza, operato dalla grazia di Dio, dobbiamo quotidianamente vivere la conferma: ogni giorno dobbiamo fermarci “sulla roccia”, se necessario aggrapparci ad essa quando il Nemico cercherà di trascinarci nel fango. La vista del fango provocherà in noi diverse sensazioni. Proveremo rabbia quando ci colpirà direttamente o quando lo vedremo colpire indiscriminatamente altri; sarà bene allora fare attenzione alla nostra reazione, ricordando che “l’ira dell’uomo non compie la giustizia di Dio” (Gm 1:20). Proveremo paura, consapevoli della minaccia che costituisce per la nostra vita; sarà bene allora ricordare che nulla potrà “separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù” (Ro 8:39): nulla potrà tirarci giù dalla roccia! Proveremo la speranza di vedere il pantano arginato e limitato nei suoi effetti vivendo l’illusione che gli uomini abbiano le capacità per intervenire, ma inevitabilmente proveremo anche la delusione di vedere, come è successo in questi anni, il pantano allargarsi sempre più e diventare sempre più fangoso. Proveremo (può purtroppo succedere anche questo!) il desiderio di tornare nel pantano, con la doppia presunzione di essere inattaccabili dal fango e di poterlo addirittura trasformare in roccia, dimenticando che siamo sulla roccia “non in virtù di opere” nostre, ma solo “per grazia” (Ef 2:8-9). La missione che Dio ci chiama a compiere non è certo quella di trasformare il fango, ma di annunciare a chi è ancora nel “pantano fangoso” la potenza di Dio che, sola, può trarre fuori e far posare i piedi sulla roccia. Questo è il nostro compito in attesa del giorno in cui la roccia diventerà “un gran monte” che riempirà tutta la terra, un monte che farà scomparire il fango, ma questo accadrà… “senza intervento umano” (Da 2:45).