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“Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati CRISTIANI” (At 11:26). Luca inserì questa breve nota nel più ampio contesto delle vicende relative alla diffusione del Vangelo e alla crescita della chiesa di Antiochia di Siria. È singolare il fatto che nessuno fra i discepoli, né fra i dodici né fra quelli aggiunti loro dall’azione dello Spirito Santo dopo la pentecoste, sentì il bisogno di autodefinirsi “cristiano”, ben diversamente da quanto accade ai nostri giorni. Addirittura nell’indirizzo delle tante lettere apostoliche si usano altre denominazioni: “amati da Dio, chiamati a essere santi” (Ro 1:7), “santificati in Cristo Gesù” (1Co 1:2), “fedeli in Cristo Gesù” (Ef 1:1), “eletti che vivono come forestieri, dispersi” (1P 1:1); “amati da Dio e custoditi da Gesù Cristo” (Gd v. 1). È evidente che i primi convertiti a Cristo avevano una certa ritrosia nell’usare il nome di “cristiani”, consapevoli della grande responsabilità che questo comportava. Ad Antiochia infatti non furono i membri della chiesa locale a presentarsi come tali, anzi il racconto sottolinea che “furono chiamati”, cioè furono altri a dar loro questo nome. I discepoli di Cristo volevano testimoniare l’appartenenza al loro Signore e Salvatore, non con una sbrigativa etichettatura, ma attraverso le parole dei loro messaggi e soprattutto attraverso la loro condotta. Ascoltando le loro parole e osservando il loro stile di vita, furono altri, da fuori, a riconoscerli come “cristiani”, seguaci di Cristo. Secondo alcuni questo nome fu usato in senso dispregiativo, per prendere le distanze da quell’accozzaglia di seguaci di un Maestro che, pur morto crocifisso, veniva presentato come Risorto. Oggi chi sbandiera la propria presunta identità cristiana lo fa per prendere le distanze dagli altri, rivelando così quanto siano distanti i suoi “valori” da quelli di Cristo.

Non c’è niente di male nell’autodefinirsi “cristiani”, a patto però che si abbia la piena consapevolezza della responsabilità che questo comporta. Non è certamente casuale che, nell’unica occasione in cui un discepolo di Gesù ha usato questo nome, lo abbia fatto in riferimento  alla sofferenza: “Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida, o ladro, o malfattore, o perché si immischia nei fatti altrui, ma se uno soffre come CRISTIANO, non se ne vergogni, ma glorifichi Dio, portando questo nome” (1P 4:15-16). Vi è una doppia responsabilità nel portare “questo nome”: non provarne vergogna anche in tempi di persecuzione e, soprattutto, glorificare Dio. 

Mi chiedo: Dio è glorificato quando una nazione, come la nostra, viene definita “cristiana”? Quando viene definito “cristiano” un popolo che è ancora biblicamente analfabeta? Infatti, secondo i risultati di una ricerca recente1, solo il 29% degli italiani ha aperto la Bibbia almeno una volta nella sua vita, la maggioranza confonde risurrezione e reincarnazione e solo uno su quattro sa mettere in ordine cronologico Abramo, Mosè e Gesù! Dio è glorificato quando il nome di “cristiano” è strumentalizzato da personaggi politici e pubblici con il solo scopo di distinguersi e di acquisire popolarità? Senza alcun dubbio la causa prima di questa situazione così triste, sia spiritualmente che moralmente, è l’aver trasformato il cristianesimo in una religione. Questo ha prodotto il drammatico equivoco di pensare che per essere cristiani occorra identificarsi con una religione, con una “chiesa” e con i suoi riti. In realtà l’identità cristiana (quella vera!) scaturisce da una relazione personale con Cristo, attraverso l’ascolto della sua Parola e la guida dello Spirito Santo. Questa relazione ci spingerà a glorificare Dio, esaltando la sua Persona e i suoi attributi (la sovranità, l’onniscienza, l’onnipotenza, l’amore, la giustizia, la santità, la fedeltà, la misericordia, la grazia…), esprimendo con la condotta di vita la nostra sottomissione alla sua volontà e testimoniando agli altri la meravigliosa salvezza che egli ha compiuto per ciascuno di noi in Cristo Gesù.

Portiamo dunque con profondo senso di responsabilità il nome di “cristiani”, liberandoci dagli equivoci della religione!

1. “L’analfabetismo biblico e religioso” a cura di B, Salvarani, edizioni Dehoniane, Bologna 2022.