Simbolo di tortura e di morte
Camminando per le strade delle nostre città è difficile non trovarsi di fronte un edificio (che è sempre tra più belli dal punto di vista architettonico) un po’ diverso dal resto e che ha sopra la sua sommità una croce. A che cosa è dovuta la larghissima diffusione dell’immagine di questo antico strumento di tortura e morte? Fin dai primissimi tempi dell’era cristiana questo patibolo è stato fatto assurgere a simbolo della fede cristiana (la croce nuda non il crocifisso).
La croce era considerata dai Romani la giusta retribuzione per i nemici dell’impero, per gli assassini, per coloro che si erano macchiati di orrendi delitti. Per i Giudei era ancora peggio: la croce era il simbolo di una particolare maledizione, secondo le parole che troviamo nella Torah (De 21:23). Il crocifisso era un maledetto da Dio e dagli uomini. Non meraviglia perciò che in un graffito del secondo secolo trovato in una casa sul colle Palatino a Roma, che è la prima immagine sopravvissuta della crocifissione, vi sia una caricatura che genera in me un moto di repulsione: un uomo con la testa d’asino è appeso a una croce. Il riferimento a Cristo era chiaro e il messaggio implicito era diretto ai cristiani che lo adoravano.
Mi chiedo: come mai questo strumento che provoca un sentimento di disagio e di tristezza se non di repulsione è presto diventato simbolo di una fede il cui messaggio centrale è la speranza e di salvezza? La risposta la conosciamo: la croce è lo strumento sul quale il Salvatore ha dato la sua vita in riscatto per gli uomini. Sappiamo che questa orribile morte non è stata una sorpresa per Gesù perché egli più volte l’aveva predetta. È comprensibile la reazione di Pietro quando dopo uno di questi annunci esprime con forza il suo parere contrario, ma inconsapevolmente egli si fa strumento di Satana: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Mt 16:23). È nella croce che troviamo un chiaro spartiacque tra il pensiero di Dio e quello degli uomini; infatti Paolo nella sua lettera ai Corinzi sottolinea più volte che la predicazione della croce è pazzia per chi non crede.
Un simbolo, d’amore e di salvezza
È proprio mentre Gesù era inchiodato su questo “legno maledetto” che ha pronunciato sette memorabili frasi (su queste ho scritto un libro dal titolo “Sette parole tra cielo e terra”). Dalla prefazione scritta dal direttore di questa rivista leggiamo:
“Da quell’altare di legno sul quale stava offrendo sé stesso, essendo nello stesso tempo sommo sacerdote e vittima (cioè offerente e offerta), Gesù ha continuato a parlare, con un filo di voce e con un tono sempre più rantoloso. Ha parlato fino all’ultimo respiro… Fino all’ultimo respiro ha continuato ad annunciare il suo messaggio di grazia e di perdono e a offrire il dono della salvezza e della vita eterna (e non solo al malfattore pentito)”.
Gesù, pur patendo una condanna assolutamente immeritata continua nel suo peculiare annuncio del Vangelo, che è buona notizia, che è una costante dichiarazione d’amore per tutti gli uomini, anche per chi lo stava torturando. Amore puro, viscerale, perfetto: è agàpe nella sua massima espressione. Come non si può parlare d’amore di fronte a queste parole: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Gesù, in modo sublime, mette in atto il suo stesso insegnamento di amare i nemici.
C’è un’altra frase molto significativa pronunciata in questa occasione e che è riportata da Giovanni: “É compiuto”. Nel termine greco usato dall’Apostolo è implicito “tutto”. Nella vecchia ma pur sempre valida versione di Giovanni Diodati leggiamo “Ogni cosa è compiuta”. La frase mette in luce la consapevolezza del Salvatore di aver assolto a un compito, quel compito per il quale era stato mandato dal Padre e che lui aveva accettato volontariamente di portare a termine. Ora, a questo punto, appeso su un maledetto legno, Gesù sa di aver compiuto ciò che rientrava nel progetto divino, nato proprio come risposta alla ribellione umana. Tutto è compiuto! Ora il Figlio può rimettere il suo spirito nelle mani del Padre.
Tutto compiuto?
C’è una frase nella lettera di Paolo ai Romani che mi costringe a porre un punto interrogativo: “Noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. La croce è separata dalla tomba vuota anche se entrambe fanno parte dello stesso progetto. L’apostolo mette in relazione la “giustificazione” con la risurrezione. La giustificazione nel linguaggio paolino è la condizione necessaria per essere salvati. Perciò, se capisco bene, è la risurrezione a produrre questo stato.
Ritorniamo alla croce. Quando Gesù pronunciò la frase citata stava per morire e non era ancora passato attraverso l’esperienza della risurrezione. Come ha potuto dire “Tutto è compiuto” quando c’era ancora da “fare” qualcos’altro di estrema importanza?
L’importanza della risurrezione
In un conosciutissimo passo della sua prima lettera ai Corinzi (cap. 15) l’apostolo si sofferma a lungo sulla questione della risurrezione e, da eccellente teologo la inquadra nella cornice della fede cristiana. Il Vangelo in sintesi è: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture”. Morte, sepoltura e risurrezione formano un tutt’uno compatto e inscindibile. C’è un aspetto sul quale Paolo insiste: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo”. È solo la risurrezione che porta il credente a esclamare: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” La risurrezione di Gesù è la morte della morte, è la definitiva vittoria sul peccato, è l’atto con cui la “testa del serpente” è finalmente schiacciata.
È la risurrezione l’atto conclusivo e definitivo che sigilla l’opera di salvezza; con questa l’opera da Dio pensata e voluta fin dalla “fondazione del mondo” (Mt 25:34).
L’eucarestia e il ricordo
Il termine eucarestia deriva dalla parola greca eucharistía, che letteralmente significa rendimento di grazie: nella Parola di Dio il termine è usato nell’atto in cui egli istituisce ciò che è definito Cena del Signore (1Co 11:20; Mt 26:27; Mr 14:23; Lu 22:19; 1Co 11:24). L’atto di “rendere grazie” faceva parte del rituale dello seder, la cena pasquale, ma per Gesù, credo, assume un significato particolare: ringraziare il Padre per la sua guida e protezione e indicare ai discepoli che avrebbero poi perpetuato questo memoriale nel quale solo un cuore riconoscente poteva compiere il gesto di mangiare il pane e bere il vino in suo ricordo. Da ciò che apprendo dalla Scrittura l’eucarestia è ricordo e annuncio: ricordo dell’opera di Cristo e annuncio agli uomini della salvezza che si può avere per fede.
Nelle parole di Gesù emerge anche un altro dato: “Vi dico che da ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio”. Una verità è posta in evidenza: il frutto della vigna sarà ancora bevuto da Gesù nel regno del Padre. Ecco che appare in controluce dietro alla croce un regno e la possibilità di una vita reale rappresentata dal bere il vino. Credo che quando ci approssimiamo ai simboli del pane e del vino questa verità sia piuttosto trascurata perché spesso il nostro ricordo si ferma alla croce.
Tutto è compiuto!?
Ritorniamo al nostro titolo. Gesù quando pronunciò questa frase aveva di fronte a sé la morte, una morte vera, reale con la prospettiva di finire in una fredda tomba. L’uomo Gesù è morto come muoiono tutti gli uomini. Il suo cuore si fermò e i polmoni cessarono di svolgere la loro funzione. Per la salvezza c’è ancora qualcosa da fare, ma lui, come uomo, non lo poteva fare.
Pietro nella sua predicazione (la prima dell’era cristiana) disse coraggiosamente queste parole a chi ascoltava: “Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni” (At 3:13-15). È Dio, il Padre che ha risuscitato il Figlio. Perciò quando Gesù pronunciò la frase in questione aveva realmente compiuto tutto ciò che come uomo poteva e doveva compiere. Il Padre fece il resto.
A questo punto, dal titolo possiamo tranquillamente togliere il punto interrogativo e lasciare con riconoscenza solo quello esclamativo che segnala una particolare enfasi: è un grido di gioia e riconoscenza.