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Si invoca una Riforma

 

I

n una Europa post-medievale in cui la chiesa e il papato avevano imposto la propria autorità non solo sui sudditi, ma anche sugli stessi regnanti delle varie nazioni, si invoca una Riforma. All’inizio del 16° secolo era ormai evidente che la chiesa aveva bisogno urgente di essere riformata. La struttura giuridica aveva bisogno di revisione e la burocrazia era ormai inefficace e corrotta, la morale del clero era spesso rilassata con grave scandalo dei fedeli e il clero spesso, anche ai massimi livelli, il più delle volte era assenteista.

La maggior parte delle funzioni ecclesiastiche erano ottenute con mezzi assai dubbi, in cui avevano più importanza le cariche politiche e le condizioni finanziarie dei candidati che le loro qualità spirituali. In questo modo Papa Alessandro VI (membro della famiglia spagnola dei Borgia, famosa per le sue cene al veleno) ottenne nel 1492 l’elezione al pontificato, nonostante le sue numerose amanti e i suoi sette figli, soprattutto perché fu in grado di “comprare” il papato a un prezzo più alto di quello dei suoi concorrenti.

Chi invocava una Riforma, chiedeva insistentemente una ristrutturazione amministrativa, legale e morale della chiesa, per altri la preoccupazione più urgente riguardava la spiritualità della stessa. Bisognava eliminare la prepotenza e l’immoralità, il Papa doveva preoccuparsi meno degli affari mondani, e l’amministrazione della chiesa doveva essere semplificata e liberata dagli abusi.

Per altri la preoccupazione più urgente riguardava la spiritualità della chiesa. Era necessario ritrovare la vitalità e la freschezza della fede cristiana. Questo programma di Riforma era il desiderio degli intellettuali di quasi tutta l’Europa. Ma i Papi erano più interessati ai problemi terreni e materiali che a quelli spirituali, riuscendo a raggiungere un livello mai visto prima di avarizia e poi di immoralità.

A queste due richieste se ne aggiungeva un’altra: l’esigenza di ritornare alla dottrina cristiana. Per i Riformatori la chiesa aveva perso la sua vocazione spirituale, era tempo di recuperare le idee e la dottrina della chiesa apostolica. La triste condizione della chiesa all’inizio del 16° secolo era semplicemente il sintomo di una malattia più profonda, di una deviazione della fede e della dottrina cristiana, di una incapacità di capire che cosa fosse realmente il cristianesimo.

Bisognava dunque rovesciare, trasformare, disfare tutte le aggiunte perpetrate dalla chiesa nel Medioevo, per tornare alla versione originale del cristianesimo. In un certo senso i Riformatori si facevano portavoce dell’invocazione degli umanisti: tornare alle fonti (ad fontes), cioè tornare all’età della chiesa apostolica, per recuperare l’autenticità e la vitalità di un’epoca d’oro della Chiesa.

Ma chi poteva riformare la chiesa? Dopo l’epoca medievale in cui la chiesa aveva grande potere, all’inizio del 1500 il potere del Papa era diminuito, mentre aumentava il potere degli Stati nazionali europei, dunque la sua capacità di imporre una Riforma della chiesa era esclusa non solo per il suo indebolimento politico, ma soprattutto per il decadimento spirituale. Perciò è opportuno osservare che i Riformatori si allearono con i poteri regionali e civili al fine di realizzare il loro programma di riforma. Lutero si appellò alla nobiltà tedesca e Zwingli al Consiglio della città di Zurigo, affinché appoggiassero e attuassero la Riforma.

 

 

L’apporto di Erasmo alla Riforma

 

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rasmo da Rotterdam diede una grande apporto alla Riforma attraverso l’Enchiridion Militis Christiani, cioè “Il manuale del soldato cristiano”. La sua terza edizione del 1515 esercitò un’influenza decisiva. L’opera di Erasmo esponeva una tesi molto interessante: la chiesa doveva essere riformata da un ritorno collettivo alla Scrittura. La lettura regolare della Scrittura è proposta come base di una nuova conoscenza per poter rinnovare e riformare la chiesa. Il Nuovo Testamento è la legge di Cristo che i cristiani sono chiamati a seguire. Cristo è l’esempio che i cristiani sono chiamati a imitare. Erasmo inoltre non concepisce la fede cristiana come semplice ubbidienza esteriore a un codice di moralità, ma la Scrittura trasforma il cuore di chi la legge e gli fornisce sempre nuove motivazioni per amare Dio e il prossimo.

Il carattere rivoluzionario dell’Enchiridion sta nell’idea nuova e audace secondo cui la vitalità futura del cristianesimo dipende dai laici e non dal clero. La fede, infatti, non si esplica esclusivamente nel clero e nei conventi: ogni uomo degno di questo nome ha l’obbligo morale di interessarsi della fede, andando al di là della lettera del testo per penetrare nell’intimo il messaggio di Cristo. L’autorità clericale ed ecclesiastica è lasciata da parte. Questa nuova concezione del cristianesimo che si strutturava come un rinnovamento dall’interno, promuovendo l’abbandono delle categorie istituzionalizzate della religione per seguire un percorso tutto interiore e soggettivo, che andasse al di là delle pratiche esteriori, divenne in breve molto popolare.

Per Erasmo la Scrittura dev’essere accessibile a tutti affinché tutti possano tornare alle fonti e bere l’acqua viva della fede cristiana, invece di quella fangosa e stagnante della chiesa del Medioevo. Un progetto molto ambizioso che andava a scontrarsi contro due ostacoli: la necessità di poter studiare il Nuovo Testamento nella lingua originale e non nella traduzione piuttosto approssimativa della Vulgata (La versione latina della Bibbia), e una competenza filologica per avvicinarsi al testo. La prima difficoltà venne risolta da Erasmo stesso pubblicando la prima edizione a stampa del Nuovo Testamento greco, il Novum Instrumentum omne, nel 1516 a Basilea. La seconda difficoltà fu alleviata dalla scoperta, fatta da Erasmo, delle note al testo greco del Nuovo Testamento che Lorenzo Valla aveva preparato e che Erasmo pubblicò nel 1505.

Anche se l’opera di Erasmo non era completa per i pochi manoscritti consultati, tuttavia il suo Nuovo Testamento in lingua greca (Textus Receptus) fu una pietra miliare nella storia letteraria. Per la prima volta gli studiosi ebbero la possibilità di paragonare il testo greco con la traduzione latina della chiesa. La prima conseguenza fu un calo generale della fiducia nell’attendibilità della Vulgata, la traduzione ufficiale della chiesa.

Lo studio del Nuovo Testamento dal testo originale dimostrò che la Vulgata era molto imprecisa nella traduzione di alcuni passi. Molte pratiche della chiesa medievale si fondavano appunto sulla Vulgata ed erano contrari al messaggio di Cristo. Per secoli la chiesa aveva ingannato i fedeli con dottrine e pratiche estranee alla Bibbia. La chiesa aveva attribuito grande importanza ai sacramenti portandoli alla fine del 12° secolo a sette. Ma la nuova edizione del Nuovo Testamento di Erasmo metteva in discussione l’intero sistema dottrinale della chiesa medievale:

A)   Il matrimonio come sacramento veniva giustificato dalla Vulgata che traduceva il brano di Efesini 5:31-32 utilizzando proprio il termine “sacramentum”. Ma Erasmo e Lorenzo Valla segnalarono che il testo greco parlava semplicemente di “mistero”. Nessun sacramento dunque, ma solo un mistero. CADEVA LA TEOLOGIA DELLA CHIESA RIGUARDO AL MATRIMONIO.

B)   La Vulgata traduceva le parole di Gesù in Matteo 4:17 “Fate penitenza perché il Regno di Dio è vicino”, alludendo al sacramento della penitenza. Ma anche in questo caso si affermò che il testo greco doveva essere tradotto con: “Ravvedetevi”, in altre parole più che di penitenza esteriore si parlava di pentimento interiore che avveniva nell’intimo della persona. CADEVA LA TEOLOGIA DELLA CHIESA RIGUARDO ALLA GIUSTIFICAZIONE.

C)   Per la chiesa del Medioevo Maria era considerata portatrice di grazia quasi più di Cristo stesso. Questa idea si fondava sempre sulla traduzione della Vulgata delle parole dell’angelo a Maria. Secondo la Vulgata l’angelo aveva salutato Maria con queste parole: “Ti saluto piena di grazia…” (Lu 1:28), il che suggeriva l’idea che Maria, essendo piena di grazia, potesse concedere grazia. Ma ancora una volta Erasmo e Lorenzo Valla smontarono la teologia scolastica dimostrando che il verbo greco era al passivo e significava letteralmente: “Tu che sei stata favorita dalla grazia” oppure “Tu che hai ottenuto grazia”. CADEVA LA TEOLOGIA DELLA CHIESA RIGUARDO A MARIA “GRATIA PLENA.

Per i Riformatori queste scoperte furono assolutamente provvidenziali, in quanto intendevano tornare alla fede e alle pratiche della chiesa primitiva. L’opera di Erasmo e di Lorenzo Valla diede loro un grande impulso a demolire tutte le aggiunte alla Bibbia che erano state fatte nel Medioevo. L’erudizione biblica degli umanisti veniva quindi considerata come un alleato nella lotta per tornare alla semplicità apostolica della chiesa primitiva.

Salomone diceva: “non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (Ec 1:9): ancora oggi, a distanza di centinaia di anni, la situazione nella chiesa romana non solo non è cambiata, ma addirittura rafforzata. Il matrimonio continua ad essere considerato un sacramento, il sacramento delle penitenza ancora è praticato attraverso la confessione auricolare, la Bibbia, versione CEI, traduce ancora “piena di grazia” e Maria ha quasi detronizzato Gesù, tanto che i fedeli chiedono “meno Gesù e più Maria”. Tutto questo grazie a due papi del 20° secolo (Giovanni XIII e Giovanni Paolo II) che hanno traghettato la chiesa nel rafforzamento della teologia mariana.

 

 

L’inizio della Riforma

 

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a situazione sociale e religiosa della chiesa nel Medioevo ha posto una grande domanda: Chi avrebbe mai potuto riformare la chiesa?”.

Nel 1512 un frate agostiniano Martin Lutero, dottore in teologia, è angosciato da un arduo problema: “Come può l’uomo, che è peccatore, essere liberato dalla sua colpa?”.

La sua teologia gli rispondeva:

“Tutti gli uomini in Adamo hanno peccato contro Dio e meritano la dannazione; ma Dio, per amore degli uomini si è incarnato in Cristo, assumendo la natura umana e divenendo simile a noi, tranne per il peccato. La morte in croce di Cristo è stato il sacrificio espiatorio che ha riscattato gli uomini dalla loro condizione di schiavi senza speranza. La chiesa istituita da Cristo, mediante i sacramenti amministra i meriti della passione e morte di Cristo a vantaggio di tutti i cristiani, facendo loro pervenire, attraverso i sacramenti, la grazia divina che li sorregge in ogni momento della loro vita”.

Lutero, che era un monaco agostiniano, conosceva un’osservazione capitale di Agostino: “Dio che ti ha creato senza di te non ti salva senza di te”, e perciò non doveva avere dubbi circa la necessità dello sforzo che ogni cristiano deve compiere mediante le opere buone (mortificazione, elemosine, pellegrinaggi…) che, sebbene oggettivamente povere di fronte alla maestà infinita di Dio, soggettivamente rivelano la volontà di cooperare alla propria salvezza.

Il merito di Lutero è stato di non riuscire a fidarsi della sua teologia e della dottrina della chiesa, ma di aver condotto il suo confronto con Dio da solo, escludendo qualsiasi mediazione.

Esclusa la dottrina della chiesa dunque, rimaneva Dio, la Scrittura e la propria coscienza. Lutero si confessava, ma subito dopo chiedeva a se stesso: “Ma io mi salverò?”.

Egli non sentiva l’azione della grazia e quindi era incerto della sua giustificazione:

“Io non sento l’azione della grazia in me, dunque io non so se sono stato giustificato. Anzi, continuo a sentire inalterata la forza della concupiscenza, perciò la corruzione della natura umana mi appare insuperabile”.

A Lutero occorreva una certezza di tutt’altro ordine, un principio più solido e più certo.

La spinta definitiva fu la cosiddetta “esperienza della Torre” (avvenuta tra il 1512-1514), un’illuminazione che gli fu suggerita dalla frase Paolo nella lettera ai Romani: “Il giusto per fede vivrà” (1:17). Tanti avevano meditato quelle parole, ma in Lutero produssero un’impressione che sconvolse la sua conoscenza, cioè l’uomo è giustificato solo dalla fede e a nulla valgono i suoi sforzi soggettivihomo semper peccator. Lutero, dunque, è pessimista circa la natura umana, che secondo lui rimane radicalmente corrotta anche dopo la redenzione. La giustificazione dell’uomo avviene unicamente per iniziativa divina: Cristo prende su di sé il pesante peso dei peccati degli uomini, accentrando su di sé i rigori della giusta e terribile collera di Dio Padre. Si può comprendere a questo punto la famosa affermazione di Lutero: “pecca fortiter, crede firmius” che significa in sostanza: “Per quanto tu sia peccatore, se la tua fede è più grande del tuo peccato, Cristo ti giustifica”. In altre parole, le opere non sono la condizione della salvezza, ma la conseguenza della salvezza. Come evidenzia questa scoperta di Lutero, nessun cambiamento, nessuna riforma può avvenire se prima la Parola non cambia il cuore dell’uomo.

A questo punto è giusto ricordare una differenza importante tra il pensiero di Lutero e quello di altri riformatori. Lutero tendeva a concentrarsi sulla necessità di riformare e di redimere l’individuo, mentre Zwingli sottolineava fortemente la necessità di riformare e redimere la collettività. Con la dottrina dei “due regni” Lutero separava la fede dalla vita del mondo, mentre Zwingli insisteva sulla loro reciproca integrazione. Questo ci fa capire quanto sia stato difficile il cammino unitario dei Riformatori.

 

 

Le 95 tesi

 

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on sorprende che la nuova esperienza di fede di Lutero abbia avuto le sue conseguenze, imprimendo una svolta determinante per la cristianità occidentale. Il primo accenno a una Riforma vi era stato ad opera di alcune grandi università, una fu quella di Parigi. Esse riuscirono ad ottenere che si parlasse di Riforma nei Concili di Pisa (1409) e di Costanza (1414, 1418), ma i risultati non furono entusiasmanti in quanto la gerarchia cattolica, apertamente contraria a discussioni di questo genere, ne impedì il suo sviluppo. La necessità di una Riforma era sentita e voluta da tutti anche all’interno della chiesa, ma mancava la spinta finale che non tardò ad arrivare.

Papa Leone X per completare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma (iniziata dal suo predecessore papa Giulio II) ripropose il mercato delle indulgenze. Con la Bolla Sacrosancti Salvatoris et Redemptoris del 31 marzo 1515, affidò all’arcivescovo di Magonza, in conformità alla Bolla del 1510 del suo predecessore, la facoltà di dispensare indulgenze per un periodo di sei anni e di indire la raccolta delle offerte nelle provincie tedesche di Magonza, Magdeburgo e nella diocesi di Halbertstadt.

A chi si pentiva e confessava i propri peccati visitando almeno sette chiese aventi lo stemma papale, recitando in ciascuna di esse cinque “Padre nostro” e cinque “Ave Maria” e facendo un’offerta di 25 fiorini d’oro secondo lo stato, la rendita e l’occupazione del donatore, veniva concessa una remissione plenaria di tutti i peccati, efficace anche per le pene che si sarebbero dovute soffrire in Purgatorio. Inoltre veniva concessa anche una remissione dei peccati per le anime che in quel momento erano ancora detenute in Purgatorio, concessa dal papa “per modum suffragi”, cioè per aiutare a rimettere le loro colpe, a condizione che l’offerente facesse un’offerta proporzionata alle sue disponibilità.

L’arcivescovo di Magonza affidò la predicazione delle indulgenze al frate domenicano Johannes Tetzel, il quale, predicando a Wittemberg, presente anche Lutero, disse:

“Il Signore, nostro Dio, non è più Dio, ha tutto rimesso nelle mani del Papa. Venite e vi darò delle lettere, munite di sigilli, per le quali i peccati stessi che vorrete fare in avvenire vi saranno perdonati. Il pentimento non è neppure più necessario. Con un mezzo scudo voi potete liberare un’anima del Purgatorio… Nell’istante stesso in cui il denaro tintinna nella cassa delle elemosine, l’anima se ne vola in cielo… Portate! Portate!”.

Quando Lutero sentì questa frase ne fu indignato ed esclamò:

“Io farò un buco in questa cassetta”.

Cosa che fece puntualmente in quella e in altre cassette della chiesa.

Lutero era stato negativamente impressionato anche dal triste spettacolo che davano clero e Papa durante una sua visita a Roma. Ma questa volta restò così sconvolto da questo scandaloso mercato delle indulgenze che, il 31 ottobre 1517, affisse alla porta della chiesa del Castello di Wittemberg le sue famose “95 tesi teologiche”.

Queste tesi discutevano due punti fondamentali:

_     in primo luogo toccavano il principio delle indulgenze, affermando che qualunque cristiano, veramente tale, ottiene il perdono dei propri peccati anche senza lettere di indulgenza e pagamenti di tributi alla chiesa;

_     in secondo luogo le tesi discutevano la competenza del papa a concedere le indulgenze.

Giovanni Paolo II ha definito le indulgenze “una comprensiva tessera di autentica cattolicità” (“Ai penitenziari delle quattro basiliche patriarcali di Roma”, 30 gennaio 1981).

Il problema delle indulgenze dunque non è mai stato superato e continua sotto altro nome: il Giubileo. Perciò alla Bolla di Leone X del 1515 ne seguirono nel corso dei secoli tante altre, ultime fra tutte la Incarnationis Mysterium del 29 novembre 1998 di Giovanni Paolo II e la “Misericordiae vulnus” dell’8 dicembre 2015 di papa Francesco. Con queste Bolle veniva indetto il Giubileo straordinario della misericordia (l’ultimo durato fino al 20 novembre 2016). L’anno giubilare ha previsto l’indulgenza plenaria o giubilare che si ottiene partecipando alla Messa o con atti di carità e di penitenza: per esempio il pellegrinaggio a una delle Basiliche giubilari, a Roma, in Terra Santa e nelle chiese designate in ogni diocesi del mondo, e devolvendo ai poveri una somma di danaro proporzionata con le proprie sostanze. Siamo tornati indietro di 500 anni o meglio quell’epoca oscurantista e affarista non è mai passata.

Ma torniamo alla storia. Sebbene le 95 tesi di Lutero non oltrepassassero i limiti dottrinali del Cattolicesimo, ebbero comunque un effetto sconvolgente. La Germania fu messa sottosopra e in meno di un mese tutte le chiese conobbero le tesi di Lutero, così le indulgenze papali divennero oggetto di derisione. Ci furono vari tentativi da parte del clero per riportare Lutero in seno alla dottrina cattolica, fu convocato ad Asburgo con l’accusa di eretico, per farlo rispondere davanti alla Dieta di Worms (Il concilio Imperiale). Ma quel giorno presso la Dieta Tedesca Lutero compì un’opera di gran valore, per la quale più di diecimila persone benedissero la sua scelta e il nome del Signore, il suo Dio. Così Leone X con la bolla “Exurge, Domine” (cioè: “Sorgi, o Signore!”) del 16 Luglio 1520, lo scomunicò.

Lutero non si scompose davanti alle accuse, rifiutò la Bolla papale appellandosi a un Concilio e alla Scrittura: “Provatemi con gli scritti dei profeti e degli apostoli che ho sbagliato. Non appena ne sarò convinto, ritratterò ogni dichiarazione errata… Non posso sottomettere la mia fede al papa o ai concilii, perché è chiaro come la luce del sole che spesso hanno sbagliato e si sono contraddetti l’un l’altro. A meno che io non sia convinto dalla testimonianza delle Scritture…”. Convinto delle sue affermazioni bruciò in pubblica piazza la scomunica, era il 10 dicembre 1520. Da questa data in poi la Riforma prese il volo e si diffuse rapidamente in tutta Europa.